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giovedì 19 novembre 2009

Ho letto IL PAESE DEI PESCIDORO


Se Marc Chagall fosse stato uno scrittore, avrebbe scritto come Luca Ciarabelli.


Avrebbe narrato la storia di Cornelio Persico, ragazzo sognatore ed anticonformista di Villatinferno, una volta conosciuto come il paese dell'antica famiglia dei Pescidoro, di cui ora rimane solo l'Albergo: un manicomio.


Avrebbe descritto, al pari di Ciarabelli, quel paese onirico, sospeso nello spazio, ed i suoi particolari abitanti.



Avrebbe raccontato di come Cornelio, spinto dal desiderio di trasporre Via col Vento a teatro, spinto dalla Vocecita, dal suo innato senso di libertà e dall'insoddisfazione della sua quotidianeità, contravvenga alle leggi, al luogo comune, al pregiudizio, all'ignoranza. Ma il sogno non paga, al momento, e Persico viene rinchiuso in manicomio. Qui incontrerà l'amore e amerà come si ama solo una volta nella vita.

Non si può non pensare a Cornelio e ad Angela Delcielo ammirando le coppie di innamorati spesso dipinti da Chagall.


Immergersi nella lettura di questo romanzo è come tuffarsi in un quadro del grande artista bielorusso, e farsi permeare dall'olio dei colori, dai loro odori e vivere una storia intensa, onirica, romantica e divertente. Ti senti leggero e voli sopra la banalità e le brutture del mondo.
Un romanzo unico, fuori dal coro e lontano dai soliti cliché, caratterizzato da uno stile narrativo e da una padronanza della nostra bella lingua italiana che pochi scrittori hanno.






Ciarabelli, non solo in questo romanzo, ma anche nel primo, "Il bambino che fumava le prugne", fa della parola quello che Chagall faceva dei colori: romanzi all'avanguardia.


Qui l'intervista a Luca per "Il bambino che fumava le prugne": Il bambino che fumava le prugne - intervista


Luca Ciarabelli
"Il paese dei Pescidoro"
Il Maestrale
Pag. 190
ISBN 978 88 64290 00 3





mercoledì 28 ottobre 2009

IL NUOVO ROMANZO DI LUCA CIARABELLI




Oggi esce "Il paese dei Pescidoro", il nuovo romanzo di Luca Ciarabelli.


Dalla presentazione del libro:


"Villatiferno è un piccolo paese incastrato negli Appennini dell’Italia centrale, sospeso fra realtà e immaginazione. È noto come «il paese dei Pescidoro», dal nome della famiglia nobile e terribile che ne ha scritto la storia fin dal Medioevo. A Villatiferno, passato, presente e futuro si mescolano tanto da confondersi. I suoi abitanti vivono in una quotidianità stagnante, sprofondati nel conformismo, in ossequio alle regole del potere costituito. Fa eccezione Cornelio Persico, nato in Argentina da Gustavo Ramiro, emigrato italiano ripiovuto in patria col bambino e il dolore sudamericano di una donna da dimenticare. Del grigiore paesano Cornelio non ha nulla: a partire dalle sue assurde camice floreali, fino al progetto di uno spettacolo teatrale che esca dalle solite rappresentazioni religiose. Folgorato dalla visione di Via col vento nel piccolo cinema del paese, Cornelio desidera farne una trasposizione drammatica. Sembra una cosa innocua, però i potenti di Villatiferno iniziano a vedervi un pericolo, quello della forza delle idee, per quanto pacifiche, e della sedizione dell’arte. Il progetto naufraga ma non nella mente del giovane, che non smette di pensare anche quando verrà internato nel palazzo storico dei Pescidoro, rifatto a manicomio e addolcito col nome di «Albergo». E infatti è solo l’inizio di un’avventura fra le stravaganze dei pazienti del manicomio, tentativi di fuga, amori… fino a una conclusione sorprendente. Cornelio è un irriducibile della autodeterminazione individuale. A tal punto che questo nuovo romanzo di Ciarabelli diviene il racconto di una libertà, l’elogio della diversità contro le omologazioni dei regimi totalitari, palesi e occulti. Una storia di cui oggi si sentiva il bisogno."

giovedì 15 ottobre 2009

Intervista a Luca Ciarabelli - Il bambino che fumava le prugne






Il tenente Bonarroti è chiamato ad indagare sull’incidente avvenuto nella Chiesa di Sant’Apollinare, a Ravenna, ai danni dell’archeologo Baldini, precipitato da un’impalcatura mentre era intento a picconare un mosaico. Si scopre subito che l’incidente in realtà è un omicidio, perpetrato con un raro veleno estratto dalle prugne.
Non è l’indagine a farla da padrona in questo romanzo, bensì una Ravenna surreale, sospesa nello spazio e nel tempo, metafisica, circondata da paludi, immersa nella calura estiva che la rende quasi una città fantasma e talmente spossata che nulla accade, popolata da stregoni, comari e compadri, che parlano una lingua tutta loro. Una città stanca. Una città orgogliosa dei suoi precedenti storici, abilmente raccontati dall’autore, appassionato di filosofia, che ci regala bei dialoghi e pensieri profondi, oltre a nozioni storiche mai pesanti.
Nonostante tutte queste sfumature, il mistero si infittisce ed il giallo prosegue fino all’ultima pagina.
Il 28 ottobre uscirà nelle librerie il secondo romanzo di questo promettente e simpatico autore, dal titolo "Il Paese dei Pescidoro".

BB: Il romanzo parte come un giallo, per poi dare spazio alla vera protagonista, la filosofia. Il vero giallo è la ricerca dell'uomo, di sé stessi?
LC: Sì. Nel mercato attuale è necessario dare delle etichette. Il romanzo è venduto come giallo, si parte da una situazione tipica del genere, l'omicidio, l'investigatore che deve risolverlo, ma poi c'è molto spazio per l'introspezione e la storicità.
BB: Come ti è venuta l'idea del romanzo, ambientato a Ravenna?
LC: Lavoravo qui a Ravenna in una multisala cinematografica, una di quelle amenità americane, e con un mio compagno di lavoro, che ho ringraziato alla fine del libro, in quei pomeriggi in cui non c'era nulla da fare, è nato l'embrione della storia. Più ampiamente, ho sempre avuto in animo di scrivere di Ravenna e questo libro è un omaggio a Ravenna, alla sua storia millenaria, alle bellezze che ci sono a cui purtroppo nessuno sembra più farci caso, va più la riviera che il centro storico. C'era la voglia di parlare di questo luogo, di entrare nelle sue viscere e di riviverne la storia.
BB: Da qui la volontà di non descrivere la Ravenna contemporanea, ma una città sospesa nel tempo?
LC: Certe descrizioni hanno molto a che fare con il verismo magico della letteratura sudamericana, che prendo a modello. L'idea, la sfida, era di cimentarsi in un genere molto forte come quello del giallo per colorarlo con scene, ambientazioni, pennellate, se vuoi, che appartengono ad un mondo diverso. Gli scrittori sudamericani vengono spesso tacciati di essere dei visionari, Màrquez replica che non sono dei visionari, ma dei cronisti; la loro realtà è talmente magica che basta guardarla e raccontarla. Io invece non vedo del magico, devo inventarlo. Ho lavorato di fantasia. L'idea era quella di costruire una Ravenna che credo che ben pochi abitanti possano riconoscere e che a me piacerebbe fosse vera. E' un mondo possibile.
BB: La filosofia è la tua passione?LC: La filosofia mi ha sempre interessato, ma non mi do credenziali da filosofo. Comunque è un amore che coltivo da sempre.
BB: Quanto c'è di autobiografico nel tenente?
LC: C'è tanto. Il tenente come me è uno straniero in terra straniera, deve farsi tradurre le parole in dialetto, altrimenti non capisce quello che gli altri dicono, c'è l'insonnia di cui io soffro, c'è la sua solitudine, in fondo, i suoi amori particolari. E c'è il fatto che sente il tempo trascorrere senza un apparente senso, per questo il tenente frequenta corsi di filosofia, per ricercare quel senso, la realtà di tutti i giorni non gli basta.


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