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giovedì 15 ottobre 2009

IL CASO DEI CIOCCOLATINI AVVELENATI


Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore, un solo “deus ex machina”. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore.


Così recita la nona delle “Venti regole per chi scrive romanzi polizieschi” del grande giallista S.S. Van Dine, pubblicate nel 1928.
Proprio in questa trasgressione sta la genialità dell’inglese Anthony Berkeley Cox, che nel 1929 scrisse “Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati”, sviluppato dal suo racconto del 1925 “Il Caso Vendicatore”, considerato quest'ultimo uno dei quindici migliori racconti dell'età d'oro del giallo secondo maestri del calibro di John Dickson Carr ed Ellery Queen, pubblicato nell'antologia “Enigmi e Misteri” di Polillo Editore.


Come tutti i giorni, puntuale alle 10.30, lo scorbutico e supponente Sir Eustace fa il suo ingresso all’esclusivo club Rainbow di Piccadilly. Tra la posta recapitatagli una scatola di cioccolatini da parte della rinomata ditta Mason, omaggio che l’indignato Sir Eustace rifiuta, non vuol esser scambiato per una stupida ballerinetta di fila, e che cede al Sig. Bendix, altro membro del club, il quale aveva scommesso con la moglie proprio una scatola di cioccolatini.
I dolcetti sono avvelenati e la Signora Bendix muore.
Scotland Yard brancola nel buio; è sicuramente l’opera di un pazzo. Così l’ispettore capo Moresby, ospite del Circolo del Crimine fondato dal suo amico Sir Roger Sheringham, espone nei minimi dettagli il caso ai sei membri, che si cimenteranno provetti detective sul campo, ognuno con i propri metodi, ed esporranno la propria teoria, a turno, durante la riunione del lunedì sera.


Berkely mostra come, a partire da una serie di indizi, si possano trovare soluzioni alternative al caso, basandosi su metodi diversi – deduttivo, induttivo, psicologico - a seconda soprattutto della predisposizione mentale e caratteriale dell'investigatore verso l'enigma. La trama non risulta appesantita da questa lezione, è sempre supportata da un sottile strato di humor tipicamente inglese che rende i protagonisti quasi delle macchiette, senza però cadere nel grottesco.
Divertono le descrizioni delle riunioni ed i battibecchi tra i membri, ancor più del dovuto se si pensa che Anthony Berkeley Cox fu il fondatore, nel 1928, del celebre Detection Club di Londra, tuttora attivo.
Sir Roger Sheringham compare in altri dieci romanzi e due racconti firmati come Anthony Barkeley, mentre con lo pseudonimo Francis Iles vennero pubblicati gialli incentrati sulla psicologia dell'assassino, tra cui “Il sospetto”, da cui Hitchcock trasse l'omonimo film.
Contravvenendo alla nona regola di Van Dine, Berkeley ci ha regalato un romanzo sorprendente in cui l'interesse del lettore non viene assolutamente disperso. Tuttavia l'autore non si è spinto oltre, le restanti regole “vandiniane” sono rispettate; in particolare il colpevole c'è ed è uno solo.

http://www.milanonera.com/?p=2266




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